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Giochi di prestigio

  

   «Chi cazzo è a quest’ora?»

   «Stanis, c’est moi, Justine!»

   «Justine, che cosa vuoi? Sono le cinque di mattina.»

   «Per favore, Stanis, s'il vous plaît, laisse-moi entrer. Fammi entrare!»

   «D’accordo, ora apro. Vieni su. E stacca quel dito dal campanello, mi stai sfondando i timpani!»

   Premetti il pulsante che sbloccava il cancello del giardino, trattenendo un’altra imprecazione. Detesto che mi si svegli in piena notte, specialmente quando la serata è stata pesante.

   E quella lo era stata, altroché.

  

   La Ginestra era piena da scoppiare. Era la discoteca più in voga della Costa Smeralda, ed era mia, modestamente. Beh, non proprio tutta mia, d’accordo. Avevo un paio di soci finanziatori, gente con i contanti e gli agganci giusti a coprirmi le spalle. Ma badate: ero stato io e soltanto io a prendere la vecchia Ginestra, mediocre disco-pub per adolescenti, e trasformarla in due sole stagioni nella macchina da soldi che era quell’estate. Mi ero spaccato il culo per vent’anni nei locali, spesso a paghe da fame, e avevo fatto tesoro dell’esperienza. Punti fondamentali: non badare a spese, mettere all’opera i migliori arredatori sul mercato, assumere baristi e deejay che sapessero il fatto loro, e torme di ragazze immagine con generosi decolleté e scarso senso del pudore. La formula del successo.

   E il successo era arrivato, puntuale, come avevo previsto.

  

   Si avvicinava Ferragosto. A dispetto della crisi, un sacco di gente veniva ancora in Sardegna a divertirsi. Affollavano il locale ogni notte, dall’una alle quattro, ubriachi, strafatti, rintronati dalla musica. C’era anche qualche VIP, come sempre, ma nessuno di davvero importante. Facce da Grande Fratello, ballerine, celebrità di serie B. I pezzi grossi, i calciatori, gli attori, i cantanti, si erano fatti vivi all’inizio di luglio, per poi scomparire all’arrivo delle ondate di turisti. Non che mi lamentassi, eh? Anche quell’anno erano calati sull’isola abbastanza nuovi ricchi, industrialotti, oligarchi russi e wannabe disposti a tutto, da rimpinguare le casse della Ginestra fino alla fine della stagione.

   Però...

  

   Però, più li guardavo e più sentivo di disprezzarli. Era più forte di me. Cosa cazzo ne sapevano loro, venuti a spassarsela su un’isola trasformata in chiassoso villaggio vacanze, di chi fossi io veramente? Del posto da cui venivo? L’elegante, l’affabile Stanis - l’avreste mai detto? - era stato uno dei tanti pizzinnos nati e cresciuti in un piccolo paese dell’interno. Senza lavoro, senza prospettive, tra amici abbruttiti dal bere e dalla migragna, la noia. Con il fatalismo, il nostro fottuto, endemico fatalismo, a divorarti il cuore e il cervello, finché arrivavi a pensare che nulla sarebbe cambiato mai, che saresti invecchiato e morto così. Ammigragnato.

   E ti ritrovavi disposto a fare qualunque cosa, qualunque cosa, per impedire che accadesse.

   Per questo un giorno avevo detto a me stesso: col cazzo! Col cazzo che sarei rimasto lì, a bere e recriminare. Col cazzo che avrei coltivato i campi di mio padre. Andassero affanculo, lui e tutti gli altri.

   Avrei fatto le mie scelte, sarei sceso ai miei bravi compromessi, e le cose, almeno per me, sarebbero cambiate.

   Era andata proprio così.

  

   Nel privé, lo champagne scorreva a fiumi, a mille euro a bottiglia. Le ostriche pregiate venivano via come noccioline, e le mie ragazze tiravano su mance favolose. Sulle quali, ovviamente, trattenevo un’onesta percentuale.

   Justine era una di loro. Forse la più bella, con quei capelli cortissimi, le lunghe gambe e il nasino inequivocabilmente francese.

   Justine... Ebbene sì, avevo un debole per lei. L’avevo assunta subito, d’istinto, quando Madame Raphaeli, la mia agente di Parigi, mi aveva inviato le sue foto via mail.

   A ventisette anni era già un po’ vecchiotta per quel mestiere, ma aveva un musetto grazioso, un bel modo di fare, e si esprimeva senza problemi anche in inglese e in italiano. I clienti impazzivano per lei. Se la contendevano fra un tavolo e l’altro a suon di centinaia di euro, la mia bella francesina.

  

   Se me l’ero scopata, dite? Vi sembrano domande da fare? Ovvio che me l’ero scopata. Le avevo sfilato le mutandine la prima sera, nella sua camera d’albergo, appena messe giù le valigie. Il capo è il capo, e in certe faccende ha diritto a una specie di ius primae noctis. Le ragazze lo sapevano, si passavano la voce. Non che fosse obbligatorio, intendiamoci. Mai costretto nessuna donna, io. Ma in un lavoro redditizio - quanto precario - come quello, coltivare un buon rapporto con il gerente semplifica le cose, e parecchio. Perciò di problemi a concludere non ne avevo praticamente mai.

   Era una bella vita, sapete?

   Dico davvero.

  

   O almeno lo era stata, finché Justine non suonò al cancello di casa mia, alle cinque di mattina, e poco dopo non la vidi entrare in soggiorno, sudata e stravolta, con il trucco disfatto dal pianto, il vestitino strappato.

   «Cosa cazzo è successo?»

   «Mi hanno beccata. Loro... Mais je me suis enfui, sono scappata dal retro. Mi stanno cercando!»

   «Aspetta un attimo, aspetta! Chi sarebbero loro? E perché ce l’hanno con te? Hai avuto problemi con un cliente?»

   «Non. Non con un cliente.»

   «E allora con chi?»

   Invece di rispondere, tirò fuori un piccolo smartphone, infilato in una custodia di plastica a cuoricini rosa. Mi mostrò una delle applicazioni sullo schermo, che poteva trasformare il telefono in un compatto registratore digitale.

   «Je les ai entendus parler. Li ho registrati. È tutto qui dentro!»

   Respirava in modo affannoso, perciò la misi a sedere sul divano. Cercai di tranquillizzarla. Il cuore le batteva come un tamburo.

   Era mezza morta di paura.

   «Poi... Poi si sono accorti di me. Uno di loro mi ha afferrato. Mais j'aidonné le coup, gli ho tirato un calcio e sono corsa via. Volevano...»

   Non riuscì a finire la frase. Scoppiò di nuovo in lacrime.

   «Mettiti comoda. Nessuno verrà a cercarti qui. Sei perfettamente al sicuro», le dissi. Accettò che le preparassi una tisana calda, e ne approfittai per sciogliere di nascosto un paio di pillole nella tazza, prima di dargliela. Era un sonnifero abbastanza potente da stenderla per parecchie ore. Una bella dormita, pensai, le avrebbe calmato i nervi.

   Bevve la tisana fino all’ultima goccia e mi propose di riascoltare la registrazione. Voleva essere sicura che fosse tutto chiaro e comprensibile, poi l’avrebbe inoltrata al suo giornale, a Parigi. E anche a un paio di blog molto seguiti, di cui si fidava.

  

   Giornale? Blog?

   Avevo le antenne dritte. Di che cazzo stava parlando, quella puttanella? La interrogai con cautela, e lei, in un italiano sempre più incerto, man mano che il sonnifero le intorpidiva i sensi, mi confessò di essere una reporter. Una specie di cronista d’assalto, con una forte vocazione per l’ecologia. Aveva contattato madame Raphaeli e si era fatta assumere da me per poter avvicinare certi personaggi del mondo politico e imprenditoriale che frequentavano la Ginestra. Certo, aveva dovuto accettare qualche compromesso - concedere il suo bel corpicino al sottoscritto e ad altri clienti, per esempio - ma era riuscita a raccogliere informazioni scottanti, e a registrare di nascosto una conversazione riservata. Un vero e proprio scoop, che avrebbe dato una svolta alla sua carriera, e che per certa gente significava grane a non finire. Un autentico mare di casini.

   Mise il telefonino in “play”, ma riuscì a sentire solo le prime parole della registrazione, prima di scivolare nel sonno.

   Io invece ascoltai tutto. Con la massima attenzione.

  

   C’erano tre voci maschili, una dal forte accento sardo, una meridionale, forse calabrese, e l’ultima invece del nord Italia. Parlavano di un’operazione effettuata alcuni anni prima, con le hit di David Guetta e Lady Gaga a martellare in sottofondo. E discutevano di provvedimenti ancora da prendere, per evitare che tutta la faccenda venisse fuori.

   Dal tono della conversazione, sembrava che quella fosse una delle loro riunioni abituali. Pensavano che nel frastuono della discoteca nessuno potesse intercettarli. Non avevano fatto caso alla ragazza seduta sul divanetto accanto, con il telefonino in mano, fino a quando non era stato troppo tardi.

  

   Era saltata fuori una data: 26 gennaio 2008, giorno in cui gli americani avevano evacuato la base de La Maddalena, con i loro marines e i sommergibili nucleari, lasciandosi dietro sessantaduemila tonnellate di rifiuti, il ventuno per cento dei quali giudicati pericolosi.

   Ventuno per cento: tredicimila tonnellate di amianto, idrocarburi, metalli pesanti, materiale radioattivo. Il tutto avrebbe dovuto essere rimosso dalla Protezione Civile nel giro di poche settimane, ufficialmente. Solo che non era andata proprio così. I camion avevano portato via il materiale dalla base, rifiuti speciali e non, però nessuna nave da carico aveva mai lasciato l’isola. Non esisteva alcun piano di navigazione, niente. Quei rifiuti non erano mai usciti dalla Sardegna.

   Erano scomparsi, semplicemente.

  

   Nella registrazione, i tre si complimentavano a vicenda per essere riusciti a sversare l’intero carico in loco, dividendolo fra siti differenti, nottetempo. Scala Erre, la discarica di Canaglia, con la sua falda acquifera da un miliardo di metri cubi, fondamentale per l’approvvigionamento idrico della regione. E altri luoghi più piccoli e discreti, disseminati per l’isola. Fondamenta di opere pubbliche, pozzi, cantieri edili. Con un bel risparmio sullo stanziamento del governo, arrivato nel frattempo a trentun milioni di euro. L’eccedenza era stata divisa fra loro e altri amici.

   Un bel gioco di prestigio, e un buon affare per tutti.

  

   Certo, c’erano state proteste da parte della popolazione, inchieste locali e nazionali. La Procura della Repubblica era arrivata a disporre il sequestro probatorio dei fondali antistanti l’ex Arsenale de La Maddalena, per cercare di capire dove fossero finiti quei rifiuti. Ma nessuno aveva mai avuto delle risposte.

   A eccezione di una piccola, graziosa reporter di Parigi, con il suo smartphone a cuoricini.

   Ma la cosa più grave era che conoscevo bene una delle voci che aveva registrato.

   Apparteneva al primo dei miei soci finanziatori. Un uomo che aveva investito milioni di euro nella Ginestra, e con quei soldi aveva cambiato la mia vita.

  

   Lei dormiva profondamente, quando feci la telefonata. Devo ammettere che si mossero in fretta. Arrivarono con un furgone e se la portarono via poco prima dell’alba, ancora immersa nel sonno.

   Non chiesi dove sarebbe andata a finire. Se uno fa sparire migliaia di tonnellate di rifiuti radioattivi, che problemi avrà mai con cinquanta chili scarsi di ragazzina francese?

   Diedi loro la chiave della sua camera d’albergo. Là dentro avrebbero trovato il resto del materiale che aveva raccolto. Dossier, interviste, filmati, appunti e conclusioni. Tutto sarebbe scomparso con lei.

   Un altro piccolo gioco di prestigio, oplà, e l’intera faccenda sarebbe stata sistemata. Le loro preoccupazioni e le mie terminavano lì. Giusto?

  

   Sbagliato.

   Perché quella registrazione l’avevo riascoltata per bene, prima di consegnare il telefonino. Uno dei cantieri di cui parlavano era proprio quello del villaggio turistico in cui sorgeva la Ginestra.

   Avevano sversato rifiuti “speciali” anche là sotto, nelle fondamenta.

   E c’erano già stati due casi di tumore maligno fra i custodi, l’anno prima.

   Per questo a fine stagione vendetti le mie quote, trasferii i soldi su un conto estero e partii per la Val d’Aosta. C’era un altro locale da rilanciare, lassù, la Stella Alpina. Il nome mi piaceva. Una nuova, bella avventura, lontano dalla migragna. E prima o poi avrei scordato la piccola Justine.

  

   Ma non è mai successo, anzi, non ho potuto fare a meno di ripensare a lei quando stamattina il medico mi ha illustrato i risultati della TAC.

   Non erano buone notizie, sapete?

   Proprio per niente.


 

Copyright©2012, Pasquale Ruju

 

 

  (Cover: Marina sarda, di Antonio Ruju)